Perché la mosca agarica è chiamata rospo? Tre interessanti teorie

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Non è possibile stabilire con assoluta certezza da dove derivi il nome del fungo velenoso. Ma è proprio questo che rende la questione così affascinante. Nel corso dei secoli, infatti, attorno a questo fungo rosso e bianco si sono accumulate storie, osservazioni e interpretazioni: alcune riguardano le trappole per mosche, altre le streghe, le renne o la normale follia della vita umana.

L’amanita muscaria non è certo un fungo silvestre che passa inosservato. Risalta tra il muschio e le foglie, sembra quasi uscito da un libro di fiabe e probabilmente ha affascinato le persone già da molto tempo prima che a qualcuno venisse in mente di studiarlo scientificamente Amanita muscaria . Esamineremo tre teorie ben note e cercheremo di capire quali indizi si nascondano dietro il suo nome insolito.

Perché la mosca agarica è chiamata rospo? Tre teorie nel fact check

1. Le renne volanti e la storia del Natale

Una delle storie più belle e famose legate al fungo velenoso ci porta nei vasti paesaggi invernali della Siberia. Lì, nei racconti, ricorre spesso l’immagine di renne che si comportano in modo strano, saltellano, corrono impetuose nella neve e sembrano quasi sul punto di spiccare il volo da un momento all’altro.

Da queste immagini è nata nel corso del tempo una teoria particolarmente fantasiosa: l’idea delle renne volanti, dei colori rosso e bianco e di un misterioso portatore di doni proveniente dal nord potrebbe avere qualcosa a che fare con il folklore del fungo velenoso? Il fungo rosso e bianco nella neve, lo sciamano come viaggiatore tra i mondi, la renna come compagna nella lunga notte invernale: queste immagini, quantomeno, si incastrano sorprendentemente bene tra loro.

Da ciò non è possibile ricavare alcuna origine univoca della storia del Natale, documentata storicamente. Il legame tra il fungo velenoso, le renne e Babbo Natale rientra piuttosto tra le interpretazioni moderne, che intrecciano tra loro diverse tradizioni nordiche e siberiane. Ma è proprio questo il suo fascino: apre uno spazio tra le fiabe invernali, le credenze popolari e la domanda sul perché alcune storie continuino a sopravvivere con tanta tenacia.

L’amanita muscaria contiene sostanze come il muscimolo e l’acido ibotenico, che da tempo la rendono un oggetto di particolare interesse per la micologia e la tossicologia. Nei racconti stessi, tuttavia, l’attenzione è rivolta meno alla chimica e più alle immagini: alla neve, ai cappelli rossi, alle renne, alla notte e all’antica convinzione che la foresta nasconda più segreti di quanti se ne possano immaginare alla luce del giorno.

4 lapponi in abiti tradizionali con una slitta trainata da renne e 8 renne in un paesaggio innevato

Resta da vedere se il fungo velenoso abbia effettivamente un ruolo nella storia di Babbo Natale e della sua slitta trainata dalle renne. Ma, in quanto leggenda, l’idea è semplicemente troppo bella per non raccontarla.

Chi desidera approfondire le tracce storico-culturali dell’amanita muscaria troverà nella “Fliegenpilz Masterguide” ulteriori approfondimenti su tradizioni, sciamanesimo, mitologia e le tradizioni legate alle renne, al Natale e altre testimonianze provenienti dalle regioni settentrionali dell’Eurasia. In tale guida vengono affrontati anche numerosi altri argomenti relativi all’Amanita muscaria, per i quali purtroppo in questo articolo non c’era più spazio.

2. streghe misteriose su manici di scopa volanti

La domanda sul perché l’amanita muscaria si chiami proprio così ci conduce quasi inevitabilmente nel mondo delle streghe, delle scope e delle antiche credenze sul volo. Quasi nessun’altra immagine è così profondamente radicata nella nostra immaginazione come quella di una strega che, in una buia notte d’autunno, vola sulla sua scopa sopra i tetti e i boschi.

Queste storie non sono nate dal nulla. Nel Medioevo e nella prima età moderna, credenze popolari, paura, concezioni religiose e voci si intrecciarono in una fitta rete di racconti. Le persone venivano accusate di essere alleate con il diavolo, di trasformarsi in animali o di volare nell’aria durante la notte. La scopa divenne così il simbolo di qualcosa che stravolgeva l’ordine consolidato: un oggetto di uso quotidiano che improvvisamente si trasformava in un mezzo per raggiungere un altro mondo.

Immagine in bianco e nero generata dall'intelligenza artificiale che raffigura una strega seduta su una scopa insieme al suo gatto, mentre vola di notte sopra le cime degli alberi davanti alla luna piena

In racconti e interpretazioni successivi compaiono, in relazione ai cosiddetti unguenti per volare, diverse piante velenose, come la giusquiamo o la datura. Occasionalmente anche l’amanita muscaria viene associata a questo mondo misterioso. Tuttavia, oggi è raramente possibile dimostrare con certezza se e in che modo singole piante o funghi fossero effettivamente presenti nelle ricette storiche. Troppe cose sono state tramandate, abbellite e modificate di generazione in generazione.

Ciononostante, l’amanita velenosa si inserisce alla perfezione in questo mondo immaginario. Il suo cappello rosso con i puntini bianchi sembra quasi che qualcuno l’abbia disegnato apposta per una fiaba . Si erge nel bosco come un piccolo segnale di avvertimento, appariscente e bello allo stesso tempo. Non c’è da stupirsi, quindi, che compaia spesso nelle storie di streghe, foreste magiche e viaggi nella notte.

Probabilmente la teoria delle streghe non è una spiegazione diretta del suo nome. Ma spiega perché, nel caso del fungo velenoso, il termine «volare» significhi ben più di un semplice insetto ronzante. Si tratta anche di fantasia, esperienze al limite, antiche paure e l’idea che tra cielo e terra esistano cose che non si possono classificare così facilmente.

3. Macchie bianche, trappole per mosche e un’idea piuttosto vecchia

La terza teoria è decisamente più concreta rispetto alle renne volanti o alle streghe sulle scope. Risale a un’epoca in cui le mosche non erano solo fastidiose, ma rappresentavano un vero e proprio problema nelle case, nelle stalle e nelle dispense. Prima che esistessero i moderni repellenti per insetti, si sperimentava con qualsiasi cosa potesse tenere lontane le mosche, attirarle o almeno metterle fuori combattimento per un po’.

Si tramanda che pezzi di amanita muscaria venissero immersi nel latte, talvolta insieme allo zucchero. Il latte zuccherato avrebbe attirato le mosche, mentre il fungo faceva la sua parte in quella vecchia trappola per mosche. L’idea è così suggestiva che ancora oggi è considerata una delle spiegazioni più note del nome tedesco. Anche denominazioni più antiche come «Mückenschwamm» (spugna per zanzare) e «Fliegenschwamm» (spugna per mosche) puntano nella stessa direzione. Il Dizionario digitale della lingua tedesca fa risalire il nome soprattutto a questo uso storico contro le mosche.

La questione, tuttavia, non è poi così chiara. Ricerche e osservazioni recenti suggeriscono che tali miscele non uccidessero necessariamente le mosche. Alcune cadevano inizialmente a terra, sembravano stordite o si muovevano a malapena – per poi riprendere a volare allegramente.

Un fungo velenoso tagliato a metà orizzontalmente giace su un piatto con del latte, circondato da numerose mosche che, a quanto pare, sarebbero state attirate da esso

Forse, quindi , la vecchia trappola per mosche era meno affidabile di quanto la sua storia lasci intendere. Ma sono proprio questi piccoli esperimenti quotidiani a dirci molto su come un tempo le persone utilizzassero ciò che trovavano in casa, nel cortile e nel bosco.

Anche i puntini bianchi sul cappello rosso hanno un ruolo in questa teoria. Naturalmente non si tratta di esche posizionate intenzionalmente per attirare le mosche, bensì dei resti del velo: un involucro protettivo che inizialmente avvolge il giovane fungo e che si lacera man mano che cresce. Ciononostante, è lecito supporre che l’aspetto appariscente del fungo abbia ulteriormente stimolato l’immaginazione. Un cappello rosso brillante con macchie bianche non sembra proprio voler passare inosservato.

Oggi non è possibile dimostrare in modo definitivo se la trappola per mosche sia stata effettivamente l’origine del nome “fungo a mosca”. Si tratta tuttavia della più plausibile delle tre teorie – e probabilmente anche quella che meglio evoca la normale routine quotidiana in cucina o nella stalla dei secoli passati.

Misticismo, fiaba o realtà: perché il fungo velenoso si chiama “fungo velenoso”?

Ancora oggi non è possibile rispondere a questa domanda con una sola frase univoca. Forse l’amanita muscaria deve il suo nome alle antiche trappole per mosche a base di latte e zucchero. Forse hanno avuto un ruolo anche le antiche credenze che vedevano nelle mosche un simbolo di inquietudine, confusione e stranezza. E forse, nel corso del tempo, storie molto diverse tra loro si sono intrecciate, fino a trasformare un vistoso fungo di bosco in un simbolo di streghe, renne, fiabe natalizie e notti misteriose.

È proprio questo che rende l’amanita velenosa così speciale. Non è solo rossa, bianca e impossibile da non notare. Si porta dietro un intero zaino pieno di storie: di funghi-zanzara e di diavoli volanti, di antichi rimedi casalinghi, di boschi invernali e della domanda se una renna nella neve alta non salti forse, a volte, un po’ troppo in alto.

Forse la risposta più sincera è proprio questa: l’amanita muscaria si chiama così perché da secoli le persone hanno cercato di dare un nome al suo aspetto e all’effetto che suscita nell’immaginazione. Alcune risposte sono concrete, altre fiabesche. E alcune possono tranquillamente rimanere un piccolo mistero .

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