Quanto è davvero velenoso l’agarico moschicida?

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Intorno al fungo velenoso circolano molte mezze verità: a volte viene descritto come un fungo velenoso estremamente pericoloso, altre volte come un innocuo rimedio miracoloso. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Esaminiamo quindi con calma quanto sia realmente velenoso l’amanita muscaria e perché una corretta identificazione sia così fondamentale.

La grande varietà di rospi

L’amanita velenosa è originaria delle foreste delle latitudini temperate settentrionali e delle foreste boreali di tutto il mondo e nel frattempo si è diffusa con successo anche nell’emisfero meridionale – ad esempio in Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica e Sudamerica – per lo più come partner simbiotico di pini e betulle.

A questo punto è opportuno fare subito un’importante distinzione terminologica, che in molti testi viene spesso confusa: il “fungo a mosca” in senso stretto indica la specie Amanita muscaria. Questa appartiene al grande genere Amanita (le amanite), che comprende complessivamente circa 500 specie – da quelle commestibili a quelle non commestibili, fino a quelle altamente velenose e letali. L’Amanita muscaria è quindi solo una specie all’interno di un genere molto ampio e variegato. Quando si parla di «specie di fungo a cappello rosso», occorre quindi prestare attenzione per capire se ci si riferisce al fungo a cappello rosso in sé o all’intero genere.

È interessante notare che, dal punto di vista genetico, nemmeno l’Amanita muscaria costituisce un’unica specie omogenea. Studi di genetica molecolare, in particolare i lavori spesso citati del micologo József Geml e del suo team risalenti al 2006 e al 2008, hanno dimostrato che dietro l’amanita muscaria si nasconde un intero complesso di specie con diverse linee genetiche distinte l’una dall’altra. Si distinguono, a grandi linee, un gruppo eurasiatico, uno eurasiatico-subalpino e uno nordamericano, oltre ad altre linee, in parte distribuite su aree molto ristrette – come ad esempio sull’isola californiana di Santa Cruz. Le diverse linee sembrano essersi adattate ciascuna a habitat e alberi ospiti diversi.

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Variabilità della mosca agarica

Quasi tutte le specie di funghi del genere Amanita sono i cosiddetti funghi ectomicorrizici. Ciò significa che instaurano una stretta relazione simbiotica con le radici delle latifoglie e delle conifere: attraverso sottili filamenti fungini, il fungo e l’albero si scambiano sostanze nutritive e acqua – un dare e avere da cui entrambe le parti traggono beneficio.

I funghi velenosi crescono sia singolarmente che in gruppi e prediligono in particolare le radici intrecciate di abeti rossi e betulle. Il più noto è naturalmente quello dal classico aspetto, con cappello rosso intenso e protuberanze bianche. Esistono però anche esemplari di colore che va dall’arancione intenso al quasi bronzo, e in alcune regioni si trovano persino varietà con cappelli giallastri. L’amanita muscaria si presenta quindi in una sorprendente gamma di colori che va dal rosso brillante all’arancione rossastro fino al giallo – un aspetto che, come vedremo tra poco, presenta delle vere e proprie insidie nell’identificazione.

L’uso storico dell’Amanita

L’amanita muscaria è l’icona per eccellenza tra i funghi, probabilmente il più famoso al mondo. E in effetti la sua importanza culturale risale a tempi molto lontani. In molte culture antiche ha svolto un ruolo in contesti rituali e spirituali. Spesso, in questo contesto, si fa riferimento alle pitture rupestri del Nord Africa o ai berserker vichinghi, che, secondo quanto si dice, avrebbero assunto il fungo per indurre uno stato di ebbrezza che li rendesse pronti al combattimento. Tali interpretazioni vanno tuttavia prese con cautela: sono infatti piuttosto controverse in ambito scientifico e si basano in parte più su racconti popolari che su prove certe. È invece indiscutibile che l’amanita muscaria abbia da sempre stimolato l’immaginazione umana, fino a trovare spazio nelle fiabe, nell’arte e persino nei videogiochi.

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Quanto è davvero velenoso l’agarico moschicida?

Veniamo alla domanda fondamentale. E la risposta chiara è: sì, l’Amanita muscaria è un fungo velenoso. Contiene due principi attivi, l’acido ibotenico e il muscimolo, che agiscono sul sistema nervoso centrale. Tra i possibili sintomi di intossicazione figurano nausea, vomito, vertigini, confusione, allucinazioni, movimenti involontari e, nei casi più gravi, delirio e convulsioni.

Ciò che distingue l’amanita muscaria dalle specie di Amanita realmente letali è il tipo di veleno: l’Amanita muscaria non contiene amanitina, quella tossina cellulare che distrugge fegato e reni. I decessi causati esclusivamente dall’amanita muscaria sono quindi molto rari. «Raramente letale» non significa però affatto «innocua»: un avvelenamento da fungo a cappello rosso può avere conseguenze molto spiacevoli e gravi e richiede un trattamento medico.

Un errore molto diffuso riguarda la preparazione. Si legge spesso che la semplice essiccazione trasformi completamente l’acido ibotenico, tossico, nel più blando muscimolo e che il fungo diventi quindi innocuo. Ciò non è esatto. Dal punto di vista chimico si tratta di una decarbossilazione, innescata soprattutto dal calore e dal tempo. Secondo le conoscenze attuali, tuttavia, la semplice essiccazione converte solo una parte dell’acido ibotenico: studi e documenti di brevetto indicano valori compresi tra il 10 e il 35 per cento circa, per cui nel fungo essiccato rimangono comunque quantità significative di acido ibotenico neurotossico. L’idea diffusa secondo cui il processo di essiccazione renderebbe l’amanita muscaria completamente «sicura» è quindi superata.

Tutte le linee del fungo velenoso hanno la stessa composizione chimica?

Al momento non è possibile affermarlo con assoluta certezza. Come è noto, il contenuto di principi attivi varia notevolmente a seconda della provenienza, del luogo di raccolta, delle condizioni meteorologiche e persino all’interno di un singolo fungo (il cappello contiene una quantità di principio attivo nettamente superiore rispetto al gambo). Se e in che misura le diverse linee genetiche del complesso di specie differiscano dal punto di vista chimico è oggetto di ricerche attualmente in corso.

È invece chiaro, per quanto riguarda i parenti davvero pericolosi: le specie di Amanita, mortalmente velenose, producono l’amanitina, una tossina cellulare di forma anulare che blocca la produzione di proteine nelle cellule e danneggia gravemente soprattutto il fegato. Il rappresentante più noto èl’amanita phalloides, chiamata in inglese, in modo appropriato, «death cap» (cappello della morte). È considerata la specie responsabile della maggior parte dei casi di intossicazione fungina mortale in tutto il mondo. In California, dove l’Amanita phalloides non era originariamente presente, si ritiene che sia stata introdotta intorno al 1938 – probabilmente attraverso le radici di querce da sughero importate – e che da lì si sia diffusa rapidamente. L’andamento temporale di tale intossicazione è insidioso: i primi sintomi compaiono spesso solo ore dopo l’ingestione, possono addirittura attenuarsi nel frattempo per poi ripresentarsi con tutta la loro forza – motivo per cui, in caso di sospetto, è necessario ricorrere immediatamente all’assistenza medica.

La mosca agarica è davvero così pericolosa?

Perché l’identificazione certa è così importante

È proprio qui che sta il punto cruciale. Molti casi gravi di intossicazione da funghi derivano da errori di identificazione. E poiché l’amanita muscaria non è sempre di un rosso vivo, ma può presentarsi anche di colore giallastro, il rischio di confonderla con altre specie – in parte letali – è reale. Soprattutto dopo forti piogge a fine estate e in autunno, numerose specie di funghi spuntano contemporaneamente dal terreno, il che complica ulteriormente la situazione.

Pertanto vale, senza eccezioni: chi raccoglie funghi deve essere in grado di identificarli con certezza. In caso di dubbio, l’unica soluzione è rivolgersi a un centro di consulenza sui funghi o a un esperto certificato. Nessun ritrovamento, per quanto bello, vale il rischio di una confusione.

Conclusione: il fungo velenoso è davvero così pericoloso?

Riassumiamo: l’amanita muscaria è un fungo velenoso, ma, a differenza dei suoi famigerati parenti come l’amanita verde, è letale solo in casi molto rari. Ciò non lo rende affatto innocuo, ma relativizza l’immagine drammatica del «fungo killer». Contiene sostanze psicoattive, motivo per cui storicamente ha svolto un ruolo importante in molte culture e continua ad essere oggetto di interesse ancora oggi, ad esempio in relazione al cosiddetto microdosaggio.

A questo punto è importante sottolineare chiaramente quanto segue: questo articolo ha scopo puramente informativo e divulgativo, non vuole essere una guida al consumo. L’Amanita muscaria è e rimane un fungo velenoso, il cui consumo comporta rischi per la salute, e l’identificazione dei funghi selvatici deve essere affidata a persone esperte. Chiunque sia interessato all’argomento dovrebbe informarsi accuratamente e, in caso di dubbio, chiedere il parere di un esperto. In questo modo l’amanita muscaria rimane ciò che è nel senso migliore del termine: un affascinante essere del bosco, da considerare con rispetto e consapevolezza.

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